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a cura di
Giampaolo Talamo, Assistant Professor, University of Arkansas.
Little Rock, AR .
I markers tumorali sono sostanze prodotte dal tumore che
circolano nel sangue in quantità dosabile, e i cui livelli
riflettono l’evoluzione clinica del tumore stesso.
Essi
rivestono un ruolo importante nella diagnosi e soprattutto nel
follow-up di una neoplasia: livelli progressivamente più alti di
un particolare marker tumorale indicano inevitabilmente
l’avanzamento della malattia neoplastica.
Per valutare
l’adeguatezza di un marker tumorale bisogna conoscere la sua
sensibilità e la sua specificità.
La sensibilità è la capacità
di rilevare la presenza di tumore: per esempio, un marker con
una sensibilità del 70% è capace di rilevare la presenza del
tumore nel 70% dei pazienti affetti, ma questo vuole anche dire
che 30 pazienti su 100 avranno il tumore e allo stesso tempo
valori normali di markers tumorali (i cosiddetti “falsi
negativi”).
La specificità è invece la capacità del marker di
essere elevato solo in caso di neoplasia, e di essere invece
assente in corso di altre malattie: per esempio, un marker con
una specificità del 70% risulta positivo nel 70% dei casi per
una specifica neoplasia, ma 30 pazienti su 100 avranno livelli
elevati del marker in presenza di un diverso tipo di tumore o di
una patologia benigna (i cosiddetti “falsi positivi”).
Un
concetto di fondamentale importanza per intendere l’utilità
generale dei markers tumorali è che essi non hanno mai una
sensibilità e una specificità del 100%: accade assai
frequentemente nella pratica clinica di osservare dei risultati
falsamente negativi oppure falsamente positivi. E’ proprio per
tale motivo che i markers tumorali non sono tanto utili in fase
diagnostica, quanto piuttosto nel follow-up: l’abbassarsi o
l’elevarsi dei suoi livelli riflette l’andamento clinico della
neoplasia.
Di conseguenza, i markers tumorali hanno due
principali utilità: la prima è quella di valutare la risposta al
trattamento (il valore precedente e quello successivo al
trattamento indicano la sua efficacia), e la seconda è di
identificare la comparsa di una eventuale recidiva o metastasi.
Facciamo un esempio: se un paziente con un carcinoma localizzato
al colon ha un CEA elevato al momento della diagnosi, ci si
dovrà aspettare che dopo l’intervento chirurgico effettuato con
intento curativo il CEA si normalizzi.
L’eventuale persistenza
di un suo valore elevato dovrà mettere in allarme il medico, che
quindi dovrà escludere la presenza di lesioni neoplastiche a
distanza, sfuggite alle indagini strumentali iniziali.
Si
evince, in tal modo, che la diagnosi precoce delle recidive dopo
intervento chirurgico è uno degli aspetti più vantaggiosi
dell’uso dei markers tumorali.
Esporremo qui di seguito quali
sono i markers tumorali più importanti, in ordine alfabetico.
Saranno indicati i valori normali, anche se vi potranno essere
delle notevoli variazioni legate ai singoli laboratori: nel
referto del test, bisogna sempre osservare il range dei valori
che sono normali per un determinato laboratorio.
L’emivita di un
marker è un altro dato importante, perché permette di calcolare
il periodo minimo che deve passare quando si voglia ripetere il
test: per fare un esempio pratico, sapendo che l’emivita del CEA
si conta nell’arco di settimane e non di ore o giorni, si potrà
comprendere come mai il CEA ritorni a livelli normali solo dopo
30-45 giorni dalla resezione completa di un tumore che lo
produce.
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